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Luciano La Torre Come se fosse già scritto

Come se fosse già scritto

Luciano Nella direzione dell’arte

Luciano La Torre nasce a Satriano, un piccolo paese della Lucania, il 21 novembre 1955. Ma è solo il luogo del primo respiro, perché la sua infanzia prende subito un’altra direzione: la famiglia si trasferisce a Napoli, seguendo il padre che inizia a lavorare presso la Biblioteca Nazionale.
In quella città piena di storia e contrasti, Luciano comincia presto a mostrare un’attrazione irresistibile per il disegno, per le forme, per i colori. Una curiosità silenziosa, fatta di sguardi attenti e matite consumate. È chiaro fin da subito: c’è qualcosa in lui che vibra nella direzione dell’arte.

La scelta di Luciano

Nel 1972 entra all’Istituto d’Arte di Napoli. È il suo primo passo ufficiale dentro un mondo che già sente come casa. 

Appena varcata la soglia, si innamora perdutamente dei grandi maestri: Michelangelo, Leonardo, Modigliani… Ma non è un semplice amore da studente: Luciano li osserva, li studia, li vive. È affascinato in particolare da quel filone che unisce la classicità alla modernità, quella tensione che si respira nell’arte del modernismo classico.
I professori non tardano a notarlo. C’è qualcosa in quel ragazzo che li colpisce. Per incoraggiarlo, decidono di incorniciare uno dei suoi lavori e appenderlo nei corridoi della scuola. Non è un gesto qualsiasi: è un segnale forte, un riconoscimento che accende in Luciano una nuova consapevolezza. Da quel momento inizia a credere davvero in sé stesso, nella sua visione, nella forza delle sue mani.

tra Pop art e maestri classici

Gli anni ’80 sono un periodo esplosivo per Napoli. La città è un laboratorio a cielo aperto, una fucina di idee, esperimenti, provocazioni. All’Istituto d’Arte e nelle accademie si respira aria di rivoluzione. Parlano di Pop Art, di Andy Warhol, di BillyBoy, di nuove frontiere estetiche. Il mondo artistico partenopeo è un universo parallelo, fatto di collettivi, scultori, pittori, musicisti che si muovono in cerca di nuove forme d’espressione.

Luciano osserva tutto, assorbe, riflette. Ma sceglie un’altra strada: resta fedele alla grande tradizione, alla materia, alla forma, all’armonia.
Tra i maestri che danno maggior impulso al suo percorso artistico figurano Giovanni De Gregorio (1590–1656), detto il “Pietrafesa”, pittore tardo manierista e caravaggesco; Giuseppe Antonello Leone (1917–2011), raffinato incisore e pittore attivo nel secondo dopoguerra; Armando De Stefano (1926–2021), maestro dell’espressionismo partenopeo; e Domenico Spinosa (1916–2007), figura chiave dell’informale italiano. Questa coerenza conduce Luciano a entrare in contatto con personalità di spicco come Augusto Perez (1929–2000), noto scultore legato all’esistenzialismo plastico, e Ciro Adrian Ciavolino (1935–2009), scultore e ceramista che ha contribuito significativamente al rinnovamento dell’arte contemporanea italiana.

Un filo invisibile a chiudere il cerchio

Ancora prima di concludere gli studi, la vita gli tende la mano: vince un concorso per il Ministero della Cultura e dei Beni Culturali. 

È l’inizio di un nuovo capitolo.  Viene assegnato alla Reggia di Capodimonte, uno scrigno d’arte dove ogni sala racconta secoli di bellezza.
Curiosamente, proprio in quel luogo è custodita un’opera di Fabrizio Santafede, maestro di Giovanni De Gregorio, noto anche come il Pietrafesa. 

Un collegamento che, sebbene all’epoca ancora non fosse chiaro, segnerà simbolicamente un filo invisibile che lo riporta al luogo da cui è partito, come se l’arte, da sempre, stesse disegnando per lui un cerchio perfetto.

Oggi, Luciano continua a creare e a ispirare, costruendo con le sue opere un’eredità destinata a durare nel tempo.

E forse un giorno, proprio come accadde per Giovanni De Gregorio, il suo nome sarà ancora pronunciato tra cinquecento anni.

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